Educare alle emozioni per prevenire la violenza: una riflessione dal caso Turetta

Dalla cronaca di questi giorni leggiamo che l’aggressione e la conseguente uccisione da parte di Filippo Turetta della sua ex ragazza Giulia sembra essere stata motivata dalla impossibilità di accettare la fine della sua relazione quando Giulia aveva espresso la volontà di autodeterminarsi in totale autonomia, chiudendo il rapporto con Filippo. Ma dai risultati autoptici dell’omicidio che evidenziano moltissime lesività da arma da taglio si può individuare uno stato psicologico che va oltre la semplice eliminazione fisica di Giulia e che va definito come incapacità di fermarsi di fronte ad una situazione emotiva incontenibile e difficile da controllare.

Tale stato emotivo possiamo ricondurlo ad una sicuramente pregressa difficoltà di Filippo di tollerare la frustrazione, in questo caso la frustrazione dell’abbandono. Il  termine “frustrazione” è stato introdotto da Sigmund Freud per indicare la situazione psicologica conseguente al mancato od ostacolato appagamento di un bisogno. E un bisogno insoddisfatto può portare all’emergere di un sentimento molto diffuso oggigiorno: la rabbia che di solito esplode quando si percepisce di aver subito un torto.

Ma un bisogno non soddisfatto o una semplice frustrazione possono condurre un individuo a commettere un omicidio? Filippo ha agito sicuramente  in preda ad un cumulo di emozioni che ha covato interiormente nel tempo e che non ha saputo dominare o incanalare  opportunamente. Nessuno era a conoscenza delle sue difficoltà, manifestava comportamenti facilmente leggibili (es. non aveva amici, era possessivo, chiuso, scarsamente autonomo, prima di Giulia non aveva avuto altre ragazze ed altro) ma agli occhi dei familiari era tutto nella norma, l’importante era che si laureasse. Nessuno probabilmente si preoccupava seriamente della sua dimensione emotiva ed affettiva. Eppure è proprio questa dimensione che, insieme alla dimensione cognitiva, prevalentemente orienta e determina le nostre azioni ed i nostri comportamenti.   A casa e a scuola, invece,  è difficile che  qualcuno rivolga almeno  la domanda : “Come ti senti”?   che dimostrerebbe una certa attenzione agli stati emotivi.  Soltanto ultimamente, e in seguito all’emergere di una escalation preoccupante di comportamenti negativi anche nei giovani, si è giunti a ritenere urgente e necessaria la elaborazione di un programma di educazione all’affettività nelle scuole di ogni ordine e grado.

Educare all’affettività significa infatti aiutare i bambini ed i giovani al riconoscimento e alla legittimazione delle proprie emozioni e dei propri sentimenti tramite un percorso di formazione che rafforzi l’identità personale e contemporaneamente li aiuti a diventare adulti empatici e dotati di competenze relazionali. L’educazione socio-affettiva contribuirebbe così a creare sia benessere individuale che sociale perché  contrasterebbe parecchi comportamenti che , se non individuati in tempo  e compresi, inducono alla violenza e alla sopraffazione. Chissà se Filippo Turetta avesse potuto usufruire di un efficace   intervento educativo al momento giusto…

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