Il caso di sequestro di minore, avvenuto a Cosenza lo scorso 21 gennaio, ha smosso le coscienze e suscitato riflessioni nei professionisti della salute mentale. Psichiatri e psicoterapeuti riflettono in coro sull’ossessione per la genitorialità, la negazione dei diritti fondamentali e la profonda sofferenza, che probabilmente sottende questo gesto estremo.
Cerchiamo di andare oltre il giudizio sull’immoralità dell’atto e chiederci quali siano i meccanismi profondi che portano una persona a rapire un altro essere umano, come fosse un oggetto.
Il rapimento si caratterizza come un comportamento violento e criminale, generato dall’interazione tra fattori cognitivi, sociali, contestuali e biologici. Nella maggior parte dei casi - tra cui, molto probabilmente, il presente - tale atto è intenzionale, premeditato, pianificato.
Secondo le prime ricostruzioni dei mesi precedenti la vicenda, la protagonista femminile del sequestro si sarebbe costruita una sorta di realtà parallela, fingendo di essere incinta, non solo con le persone intorno a lei, ma anche con se stessa. Pare che avesse bisogno di una speranza a cui aggrapparsi, motivo per cui avrebbe scelto d’imbastire quest’illusoria realtà, per poi convincersi che fosse reale.
Possiamo ipotizzare che l’impossibilità di diventare genitrice le causasse una profonda frustrazione. Solitamente, quest’ultima genera aggressività, la quale a propria volta sfocia in comportamenti violenti. Verosimilmente, l’aggressività della donna si è concretizzata nel rapimento della piccola Sofia, quale gesto violento e disumanizzante.
Altra ipotesi da considerare sarebbe quella di una “follia a due” o psicosi condivisa, considerata dal DSM-5 un sottoinsieme di disturbo delirante. Essa si caratterizza per l’acquisizione, da parte del soggetto, di un delirio da qualcuno con cui ha uno stretto rapporto.
L’evento ci fa riflettere su un altro tema cardine: il retaggio culturale rende ancora estremamente attuale, nel 2025, la sovrapposizione tra maternità e felicità. Si dà per scontato che riprodursi sia una condizione necessaria e sufficiente per la soddisfazione femminile. I figli vengono ridotti a uno status symbol, nell’ottica per cui il fine ultimo dell’esistenza umana sia creare una famiglia. Allora ci s’illude che, quando si sarà genitori, la soddisfazione per la propria vita giungerà automaticamente. S’investe solo sulla prospettiva di mettere su famiglia, lasciando da parte tutte le altre dimensioni della propria persona.
Questa storia ci instilla un’ultima riflessione: il problema del non poter avere figli non è circoscritto a un mero disturbo medico. L'infertilità influenza l'equilibrio mentale di chi ne soffre, poiché lo sottopone a uno stress prolungato non indifferente. Verosimilmente, la coppia di cui sopra ha sperimentato senso di colpa, vuoto, ansia, nonché una profonda tristezza.
Le coppie che desiderano un figlio, ma non riescono ad averlo, hanno bisogno di un supporto psicologico che le accompagni nel lungo viaggio verso il concepimento, in quest’attesa, che spesso sembra infinita. La psicoterapia può rappresentare un importante strumento di prevenzione degli effetti negativi che l'infertilità esercita sulla qualità della vita.
Bibliografia
- Sharma, A., & Shrivastava, D. (2022). Psychological Problems Related to Infertility. Cureus, 14(10), e30320. https://doi.org/10.7759/cureus.30320
- https://www.corriere.it/cronache/25_gennaio_22/bimba-rapita-psichiatri-e-psicoterapeuti-atto-gravissimo-ma-sta-montando-un-ossessione-per-la-genitorialita-a-ogni-costo-dbe9a0e6-82c1-4c86-b4c5-c7be57866xlk.shtml
- https://www.msdmanuals.com/it/professionale/disturbi-psichiatrici/schizofrenia-e-disturbi-correlati/psicosi-condivisa
- Practicum Psychologia 6, 104-120 ©The Author(s) 2016 http://unizikpsychologia.org/ ISSN: 2006-6640 Psychology of Kidnapping 1Charles O. Anazonwu, 2Onyemaechi Chinwe Ifeyinwa, & 3Igwilo Chukwuemeka SG

