Bullismo e cyberbullismo

Il 7 Febbraio è la giornata contro il bullismo e il cyberbullismo, istituita nel 2017 su iniziativa del Miur, al fine di attenzionare un fenomeno tutt’altro che recente che rappresenta un atto di prevaricazione sociale che si delinea come fenomeno caratterizzato da azioni violente esercitate da uno o più “bulli” verso un soggetto considerato più debole: la vittima.

Risulta importante, inoltre, indagare i possibili strumenti per impedire che comportamenti violenti continuino ad accadere. In particolare va ricordato che il bullismo, con l’avvento di internet e della tecnologia, si è diffuso anche online, dilagando in rete e nell’ampio mondo dei social prendendo il nome di “Cyberbullismo”.

Le azioni possono riguardare molestie verbali, aggressioni fisiche, persecuzioni, generalmente attuate in ambiente scolastico o comunque implicando un target pre-adolescenziale e adolescenziale (https://www.mim.gov.it/bullismo-e-cyberbullismo). Tuttavia, sempre più costanti sono gli attacchi sui social, anche nei confronti di persone di età maggiore rispetto al target sopra citato, generalmente più esposti o con un pubblico mediatico molto ampio. 

Coloro che attuano questi comportamenti aggressivi vengono generalmente identificati come “leoni da tastiera”: soggetti che si sentono legittimati a giudicare tutto ciò che non approvano, dispensando opinioni personali, spesso inutili e non richieste su persone o temi di ogni tipo.

Si tratta prevalentemente di commenti sterili, privi di competenza e carichi di offese e aggressività, alimentati da un ardore sproporzionato.

Ciò che “incuriosisce” e sbalordisce al tempo stesso è che, lontano dallo schermo, queste stesse persone raramente incarnano l’immagine che costruiscono online: nella vita reale appaiono miti, talvolta persino remissivi e prendono le distanze da atteggiamenti arroganti o conflittuali.

Sul web dunque, le emozioni vengono amplificate e deformate rispetto a come si manifestano nella vita reale.

Tra i diversi fenomeni ultimamente in diffusione nei contesti online, vi sono anche “l’hate speech” e le minacce alla reputazione (Bortone, R., & Cerquozzi, F., 2017). In questo contesto, una delle soluzioni possibili di fronteggiamento può essere quella di sviluppare la cosiddetta “resilienza digitale” che comprende competenze di coping, autoregolazione emotiva, capacità di chiedere aiuto che potrebbero permettere ai giovani di fronteggiare in modo adattivo le esperienze negative vissute.

Le evidenze suggeriscono un gradiente per fascia d’età: tra i 12 e i 18 anni il ruolo protettivo delle reti di supporto e della regolazione emotiva risulta particolarmente rilevante nel contrastare cyber-victimization e cyber-perpetration, mentre tra i 19 e i 25 anni tali fattori incidono maggiormente su esiti legati alla reputazione online e all’esposizione all’odio digitale.

Un elemento di contesto cruciale, soprattutto nella prima fascia d’età, è il raccordo tra scuola, famiglia e servizi educativi e sociali, che può amplificare gli effetti protettivi delle reti sociali sull’adattamento, anche digitale. (Wright, 2016)

Rafforzare, dunque, la resilienza online delle nuove generazioni e sensibilizzare le reti di loro riferimento su tali temi può rivelarsi un essenziale fattore protettivo rispetto ai fenomeni di bullismo, cyberbullismo e i commenti carichi di odio (hate speech).

Cosa possono fare le piattaforme a proposito? 

Tra le varie possibili soluzioni di moderazione sui social, cancellare contenuti e bannare gli utenti è una soluzione poco efficace, poiché tende a disperdere l’odio in piattaforme meno regolamentate piuttosto che a placarlo (Horta Ribeiro et al., 2023). Il problema del cyberbullismo, e dell’hate speech in generale, è che non è normativamente chiaro chi dovrebbe essere responsabile della rimozione, specialmente quando prende forme più sottili e implicite, quindi difficili da definire (Cypris et al., 2022). 

Negli ultimi anni quindi si è iniziato ad esplorare il potenziale del controdiscorso in risposta alle argomentazioni cariche d’odio, chiamato “counterspeech”. Cypris et al. (2022) lo definiscono come “qualsiasi risposta diretta a un’aggressione, come criticare apertamente il discorso d’odio o esprimere solidarietà con il bersaglio.” Intervenire in risposta ad un commento o comportamento aggressivo, però, non è facile, perché potremmo diventare noi stessi le vittime a nostra volta (backlash effect). Si tratta di una competenza sociale da costruire e migliorare continuamente che racchiude una serie di abilità e consapevolezze.

Che sia in contesti online o fisici, serve che i bystanders (coloro che assistono alle aggressioni) diventino a loro volta degli attivi difensori (o counterspeecher), attivando una serie di processi psicologici (Latané e Darley, 1970); per poter intervenire, però, è decisivo che l’osservatore possegga delle caratteristiche socio-cognitive fondamentali, tra le quali empatia (Knauf et al., 2018), autoefficacia (Bandura et al., 1996), senso di responsabilità (Obermaier et al., 2016) e basso disimpegno morale (Gini, Pozzoli, e Hymel, 2014). Tutte queste caratteristiche permettono agli spettatori di sentirsi dispiaciuti, abili, responsabili e moralmente attivati abbastanza per poter difendere una vittima e fronteggiare eventuali ritorsioni degli odiatori.

E’ importante coltivare nei ragazzi tutte queste caratteristiche e abilità fondamentali a partire dall’età scolare. Bambini e ragazzi che diventeranno gli adulti del futuro, socialmente competenti e che possano aver sviluppato le qualità necessarie per potersi difendere e difendere i più deboli in maniera efficace contribuendo alla sicurezza e al benessere di più persone possibili.

References

Bandura, A., Barbaranelli, C., Caprara, G. V., & Pastorelli, C. (1996). Mechanisms of moral disengagement in the exercise of moral agency. Journal of Personality and Social Psychology, 71, 364–374. http://dx.doi.org/10.1037/0022-3514.71.2.364

Bortone, R., & Cerquozzi, F. (2017). L’hate speech al tempo di Internet. Aggiornamenti sociali, 12(68), 818-827

Cypris, N., Engelmann, S., Sasse, J., Grossklags, J., & Baumert, A. (2022). Intervening

Against Online Hate Speech: A Case for Automated Counterspeech.

https://ieai.sot.tum.de/wp-content/uploads/2022/05/Research-Brief_Intervening-Against-Online-Hate-Speech_April2022_FINAL.pdf

Gini, G., Pozzoli, T., & Hymel, S. (2014). Moral disengagement among children and youth: A meta-analytic review of links to aggressive behavior. Aggressive Behavior, 40, 56–68. https://doi.org/10.1002/ab.21502

Horta Ribeiro, M., Hosseinmardi, H., West, R., & Watts, D. J. (2023). Deplatforming did

not decrease Parler users’ activity on fringe social media. PNAS Nexus, 2(3).

Latané, B., & Darley, J. M. (1970). The unresponsive bystander: Why doesn't he help? New York: Appleton-CenturyCroft.  +ùù

MiM - Ministero Dell’istruzione E Del Merito, 2017, www.mim.gov.it/bullismo-e-cyberbullismo.

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