Il 6 febbraio si celebra in tutto il mondo la Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili, un tema di grande rilevanza per la salute pubblica e per la difesa dei diritti umani.
Le MGF sonouna pratica non medica che viola i diritti umani. Secondo l'OMS, circa 230 milioni di donne (specialmente tra i 0-15 anni) sono state sottoposte a questa pratica, diffusa soprattutto in Africa, Medio Oriente e Asia. Nonostante un calo di prevalenza tra le giovani, la crescita demografica suggerisce che le vittime aumenteranno nei prossimi 15 anni. Inoltre, i flussi migratori hanno reso il fenomeno attuale anche in Europa e Nord America (World Health Organization, 2019).
La classificazione dell’OMS divide le mutilazioni genitali femminili in 4 tipologie:
- Clitoridectomia: Rimozione parziale o totale del glande clitorideo e/o del prepuzio/cappotto clitorideo.
- Escissione: Rimozione parziale o totale del glande clitorideo e delle piccole labbra, con o senza rimozione delle grandi labbra.
- Infibulazione: Restringimento dell’orifizio vaginale con un sigillo di copertura, ottenuto tagliando e riposizionando le piccole o grandi labbra.
- Altre procedure: Tutte le altre procedure dannose per scopi non medici legate all’area genitale che comprendono pungere, perforare, incidere, raschiare, cauterizzare o allungare i genitali.
(ActionAid, 2026)
Le conseguenze sono devastanti sia nel breve termine (dolore intenso, emorragie, infezioni, shock e morte) che nel lungo termine (problemi urinari, vaginali, mestruali, sessuali, psicologici e gravi rischi durante il parto) (WHO, 2019).
Per molto tempo le conseguenze psicologiche delle MGF sono state sottovalutate, ma recentemente per fortuna, l’attenzione della ricerca scientifica si è focalizzata su di esse. Numerosi studi, infatti, mettono in evidenza come questa pratica possa dare origine a gravi forme di ansia, depressione e, in particolare, al Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD), il quale si manifesta con flashback, incubi e un’alterazione profonda dell'emotività, dovuti all'esposizione a esperienze violente, come appunto le MGF (Bassanetti & Fragomeno 2021).
Uno studio del 2015 condotto su donne immigrate ha rivelato che, sebbene molti casi non sfocino in un disturbo psichiatrico conclamato, una parte significativa del campione soffre di sintomi depressivi e ansiosi, specialmente in contesti di scarsa integrazione sociale o precarietà lavorativa. Tuttavia, gli esperti avvertono che questi dati potrebbero essere sottostimati a causa delle barriere culturali (il dolore è spesso taciuto per l’impossibilità di esprimerlo chiaramente), della tendenza a voler dimenticare l'evento o della percezione della pratica come un necessario rito di "onore e bellezza". Inoltre, una revisione del 2018 su donne richiedenti asilo ha mostrato una presenza importante di sintomi post-traumatici. In questo contesto, però, è importante ricordare che la grave sofferenza non è legata esclusivamente alla mutilazione in sé, ma è il risultato di un continuum di violenze subite durante tutto l’arco di vita (ibidem).
Dunque, ciò che emerge vigorosamente dalla letteratura scientifica è l'urgenza di un approccio clinico globale che permetta di riconoscere e curare non solo le ferite e i traumi fisici evidenti, ma anche quelli latenti e manifesti della mente, integrando il supporto psicologico come parte essenziale del percorso di assistenza alle vittime (ibidem).
Contro ogni mito e “tradizione” dunque, le MGF non hanno nessun effetto positivo poiché interferiscono con il normale funzionamento del corpo delle donne che vi sono sottoposte, costituiscono un grande rischio per la salute psicologica, fisiologica e sociale e contribuiscono a perpetrare la cultura patriarcale di controllo del corpo della donna e del piacere sessuale femminile.
La “misconcezione” (dall’inglese misconception, ossia la concezione erronea) riguardo le motivazioni per cui tale fenomeno persiste, risiede nella credenza che le mutilazioni vengano eseguite per motivi religiosi islamici o cristiani. Risulta dunque essenziale abbattere questa giustificazione in quanto le MGF hanno radici storiche che precedono la nascita dell’Islam e del Cristianesimo. Nonostante nel 1998 un importante simposio internazionale dichiarò ufficialmente che tali mutilazioni non possiedono alcun fondamento teologico, sussiste un'equivocità di fondo.
Il problema principale è rappresentato dalla persistente promozione¸ da parte di molte autorità, di ideali di "moralità" e "purezza" come requisiti religiosi. Poiché la tradizione riconosce la mutilazione come uno strumento che garantisce l’acquisizione di tali virtù, la società tende a identificare la pratica come un obbligo di fede, sebbene la sconfessione dei testi sacri. Le MGF sono strumentalizzate, dunque, per ridurre il desiderio sessuale femminile in modo da scoraggiare rapporti prematrimoniali e assicurare la fedeltà coniugale, in quanto la verginità di una figlia è considerata il fondamento dell’onore di una famiglia intera. (Moges, A. 2003).
La pratica delle MGF si traduce quindi in un vero e proprio controllo sul corpo e sul piacere femminile, il quale viola impassibilmente una serie di diritti umani e trattati internazionali tra cui la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (UDHR), la Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW), la Convenzione sui diritti dell'infanzia (CRC) (Odeku, K., 2009), in particolare poi il diritto all'inviolabilità del corpo, il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della persona, il divieto di tortura e trattamenti crudeli, il diritto alla salute e all'integrità corporea, diritto alla salute riproduttiva e sessuale e il diritto all'eguaglianza (Levin, T., 2003).
Per questi motivi le Nazioni Unite si impegnano per la completa eliminazione delle MGF entro il 2030 (UNRIC, 2024), ma la speranza che l’obiettivo in questione venga raggiunto è indebolita dai dati esistenti circa la prevalenza del fenomeno: un aumento del 15% dal 2016, con circa 4,6 milioni di ragazze a rischio ogni anno. L’obiettivo finale, dunque, si traduce nel porre fine al fenomeno entro una generazione e, di conseguenza, vi è necessità di una collaborazione multisettoriale tra ricercatori, medici e figure politiche, in modo da dar vita a linee guida cliniche e politiche sanitarie culturalmente sensibili e aggiornate sul trauma (Ayenew, A, 2026). E’ fondamentale, in conclusione, ricordare che la lotta alle MGF non è solo una questione incentrata sulla salute pubblica, ma una vera e propria battaglia per i diritti umani fondamentali.
Fonti:
- ActionAid (2026). MGF: cosa sono le mutilazioni genitali. https://adozioneadistanza.actionaid.it/magazine/mgf-cosa-sapere/-
- Ayenew, A. A., Mol, B., Fekadu, G. A., & Bradford, B. (2026). Lived experiences and impacts of female genital mutilation/cutting (FGM/C): a meta-ethnographic synthesis. BMJ Public Health, 4, e001907. https://doi.org/10.1136/bmjph-2024-001907
- Bassanetti, C., & Fragomeno, R. (2021). Vite mutilate: conseguenze psicologiche delle Mutilazioni Genitali Femminili. State of Mind https://www.stateofmind.it/2021/04/mutilazioni-genitali-femminili-psicologia/
- Levin, T. (2003). Female genital mutilation and human rights. Comparative American Studies An International Journal, 1(3), 285–316. https://doi.org/10.1177/14775700030013003
- Moges, A. (2003). What is behind the tradition of FGM?. Presentato alla Eighth International Metropolis Conference, Vienna, 15-19 settembre 2003. African Women's Organization
- Odeku, K., Rembe, S., & Anwo, J. (2009). Female Genital Mutilation: A Human Rights Perspective. Journal of Psychology in Africa, 19(1), 55–61. https://doi.org/10.1080/14330237.2009.10820258
- UNRIC. (2024, 6 febbraio). Porre fine alle mutilazioni genitali femminili entro il 2030. https://unric.org/it/porre-fine-alle-mutilazioni-genitali-femminili-entro-il-2030/
- World Health Organization: WHO. (2019). Female genital mutilation. https://www.who.int/health-topics/female-genital-mutilation#tab=tab_2

